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Le sedi nella storia


Le sedi nella storia

Per quasi un secolo della sua esistenza la Camera di Commercio non ebbe una sede stabile. Al momento della sua istituzione, nel 1770, la Camera fu sistemata presso gli Uffici del Monte Comune della Parte Guelfa e nelle ex residenze dei Soprassindaci, formando un unico corpo di fabbrica, attiguo all'Arte della Seta.
 
Successivamente la Camera ebbe sede nel Palagio di Parte Guelfa, poi presso il Tribunale di Commercio nel Palazzo della Ruota (in quella che oggi è Piazza dei Giudici), successivamente in alcuni locali degli Uffizi Corti (dal 1810 al 1838) ed infine in alcuni locali della Zecca Vecchia nel Piazzale degli Uffizi (presso quella che nel 1866 sarà trasformata in Sala della Regia Posta).
Occorrerà aspettare il 1860, anno di ultimazione dell'attuale palazzo sul lungarno, perché la Camera potesse avere una sede stabile e definitiva, di sua proprietà. L'occasione venne offerta, nel 1857, dalla fusione della Banca di Sconto fiorentina con la consorella livornese nella nuova Banca Nazionale Toscana che, quind,i necessitava di una sede adeguata. Vi era poi da trovare una sede anche per l'appena ricostituita Borsa di Commercio (l'attuale Borsa Valori) la cui gestione era affidata alla Camera. Si pensò perciò ad una soluzione comune, un grande edificio, e la scelta fu quella di farlo costruire in luogo del Tiratoio di Piazza d'Arno, proprietà della stessa Camera di Commercio ereditata dalla disciolta Arte della Lana.
Il Palazzo della Borsa come allora venne chiamato, vide la luce in un momento di transizione storica: voluto dal Granduca Leopoldo II ed iniziato sotto il suo governo nel 1858, fu completato alla fine del 1860, in soli due anni. Ma un "epocale" mutamento di prospettiva era intervenuto. La Camera entrava nella sua nuova sede quando Firenze e la Toscana erano già divenute parte del nuovo Regno d'Italia.

In un momento di delicata svolta storica nasce pure il secondo dei grandi edifici costruiti dalla Camera di Commercio per ospitare parte dei propri uffici e servizi: il palazzo della Borsa Merci in via Por S.Maria.

In questo caso siamo in tempi molto più recenti, all'indomani del secondo conflitto mondiale. Firenze partecipa con impegno alla difficile opera di ricostruzione del Paese. Ci sono ancora ferite aperte, come quelle lasciate dalle mine tedesche intorno a Ponte Vecchio. Si discute molto e con passione sugli indirizzi da dare all'opera di ricostruzione, viene bandito un concorso che impegna i migliori rappresentanti dell'architettura fiorentina e non.

Nell'articolato programma di interventi passa anche la proposta della Camera di Commercio di costruire un palazzo destinato ad accogliere la Borsa Merci, unitamente ad altri uffici, botteghe ed abitazioni. Il Palazzo, costruito fra il 1950 ed il 1953, sorge in via Por S.Maria all'angolo con la Piazza del Mercato Nuovo, un luogo emblematico della tradizione mercantile fiorentina.
 

Il Palazzo della Camera di Commercio (Palazzo della Borsa)
 

La continuità storica

L'edificio che ospita la sede della Camera di Commercio di Firenze occupa l'intera area rettangolare compresa fra le piazze Mentana e dei Giudici sull'asse est-ovest e fra via dei Saponai e la "barriera naturale" del Lungarno Diaz in direzione nord-sud, a poche decine di metri da Palazzo Vecchio e dagli Uffizi. Pur essendo un edificio di costruzione relativamente recente (risale infatti alla seconda metà dell'Ottocento), esso ha tuttavia un cuore antico avendo ereditato il sito da un edificio di grandissimo interesse storico: il Tiratoio di Piazza d'Arno, detto anche "delle travi", da taluni attribuito ad Arnolfo di Cambio. Il Tiratoio era un edificio "industriale", specificamente organizzato per l'asciugatura dei panni di lana dopo le operazioni di gualcatura, lavaggio o tintura. Qui, come in altri edifici analoghi (di minore importanza e dimensioni), situati nell'area urbana lungo particolari direttrici dei venti, confluiva gran parte della produzione laniera fiorentina.

Queste particolari strutture produttive appartenevano alla ricca e potente corporazione dell'Arte della Lana ed erano a disposizione dei Lanaioli fiorentini, che vi potevano svolgere una parte delle loro lavorazioni e dei loro traffici. Quando le corporazioni medievali delle Arti vennero definitivamente sciolte da Pietro Leopoldo (vedi La Camera nella storia di Firenze - Il periodo granducale), fu affidato alla neonata Camera di Commercio proprio gran parte del vasto patrimonio dell'Arte della Lana, cosicché il Tiratoio di Piazza d'Arno, assieme ad altre importanti strutture produttive, divenne proprietà della Camera. Quando poi il Granduca volle un nuovo edificio per accogliere, assieme alla Camera (che non aveva ancora una sede adeguata), anche la Borsa di Commercio e la Banca Nazionale Toscana, la scelta dell'area occupata dall'antico Tiratoio apparve come quella più naturale: l'area era abbastanza ampia ed in posizione relativamente centrale; il Tiratoio, benché ancora in esercizio, poteva essere dismesso in quanto l'industria della lana aveva subìto un certo declino; ragioni di decoro urbano e anche di sicurezza (a causa delle strutture in gran parte lignee) "giustificavano" la demolizione del vecchio edificio; l'operazione era resa più facile dal fatto che il Tiratoio apparteneva già alla Camera di Commercio. È in questa storia che si trova il nesso di continuità tra la Firenze medievale, quella granducale e la nascita del nuovo "Palazzo della Borsa", tuttora sede della Camera di Commercio fiorentina, che dall'antico Tiratoio ha ricevuto anche la difficile eredità di rappresentazione simbolica dell'operosità economica di Firenze e quella, forse ancora più difficile, di caratterizzazione paesaggistica sullo spettacolare scenario dei lungarni.

La struttura del Tiratoio era molto particolare e pittoresca. Ed infatti esso ha costituito un elemento figurativo di grande interesse per tutti gli artisti che rappresentavano il paesaggio urbano fiorentino, particolarmente nel XIX secolo. Le testimonianze pittoriche sono veramente numerose; su tutte va ricordata la splendida e famosa tela di Torello Moricci conservata nel museo "Firenze com'era", che rende con grande efficacia e bellezza la presenza viva di questa struttura nel contesto urbano.

Il Tiratoio era costituito da un basamento in muratura che accoglieva i locali chiusi del piano terreno, caratterizzato da uno sviluppo asimmetrico e discontinuo, sul quale insisteva un sistema di terrazze e spazi vuoti destinati all'asciugatura delle pezze. Sulla parte alta terrazzata, il fitto incrociarsi di parapetti, travi e capriate in legno era sormontato dalla grande copertura, realizzata a padiglione sul lato di Piazza d'Arno (l'attuale Piazza Mentana) e con un'unica grande falda inclinata sul lato opposto. I locali interni, al piano terreno, erano ben organizzati ed attrezzati per svolgere varie fasi di lavorazione del processo produttivo laniero, com'è ben testimoniato dalla pianta disegnata nella prima metà del XIX secolo da Carlo Chirici e Giuseppe Michelacci e conservata nell'Archivio Storico della Camera di Commercio. Si trattava quindi di un edificio economicamente importante, che aveva generato anche un "indotto": i rilievi conservati presso l'Archivio Storico Comunale mostrano il fitto tessuto artigianale sviluppatosi attorno al Tiratoio, con molte botteghe e laboratori. Oltre all'antico opificio, era anche questo tessuto produttivo circostante ad essere messo in discussione dall'intervento per la realizzazione del "Palazzo della Borsa".

Contestualmente alla demolizione del Tiratoio e alla costruzione del nuovo palazzo, erano previste infatti anche operazioni di sopraelevazione del piano stradale e di diradamento edilizio in tutta la zona. Un intervento abbastanza pesante, soprattutto per i Lanaioli, i quali infatti indirizzarono una supplica al Granduca e al Presidente della Camera affinché il progetto venisse accantonato. Ma i Lanaioli non ottennero il risultato sperato. Il Granduca si impegnò soltanto a garantire l'uso dell'altro tiratoio cittadino, quello dell'Uccello Grifagno in Oltrarno (poi andato perduto a causa di un incendio) e quindi, all'inizio del 1858, venne dato il via al cantiere.

La costruzione

Si cominciò subito attuando un intervento di riordino edilizio e viario tutto attorno all'area occupata dall'antico Tiratoio.
Piazza dei Giudici (all'epoca Piazza dei Castellani) venne ampliata abbattendo le case che la delimitavano sul lato settentrionale e su quello orientale, liberando così l'affaccio sulla piazza per il nuovo edificio.

Venne regolarizzato l'ingombro planimetrico previsto per il nuovo palazzo, eliminando lo sprone sporgente all'angolo fra via dei Saponai e l'attuale Piazza Mentana.
Venne rialzato (a difesa dalle alluvioni) il livello del lungarno, delle due piazze e di via dei Saponai; di conseguenza vennero apportate modifiche al profilo altimetrico di tutte le strade adiacenti: via dei Vagellai, via Mosca, via del Guanto, via del Castello d'Altafronte, via dei Castellani.
Molti fondi vennero perciò ridimensionati o addirittura soppressi e per diversi edifici si rese necessario anche il ridisegno delle facciate.

Un intervento complesso, quindi, che mutava in maniera significativa l'assetto e l'aspetto di una parte fra le più antiche ed attive della città; proprio qui, sull'Arno, era situata anche la zona "portuale" di Firenze.
Ma le maggiori difficoltà non vennero, sorprendentemente, dai problemi sociali ed urbanistici che l'intervento sollevava (rapidamente risolti), quanto piuttosto da questioni riguardanti alcuni aspetti formali della progettazione architettonica.

L'incarico per il progetto era stato affidato, già dal settembre 1857, al giovane architetto trentaquattrenne Michelangelo Maiorfi. Questi, in luogo dell'antico Tiratoio, concepì un edificio che, coprendone interamente l'area, si sollevava per un solo piano oltre quello terreno e presentava un aspetto regolare e simmetrico. La facciata principale, sul lungarno, prevedeva due corpi laterali divisi al centro da un corpo centrale porticato, in leggero aggetto sul profilo della facciata stessa.

Il suo progetto, approvato per gli aspetti funzionali e planivolumetrici, venne tuttavia respinto per quanto riguardava l'estetica della facciata. Costretto a rivedere più volte il progetto, alla fine Maiorfi dovette rassegnarsi ad "applicare" al suo edificio un disegno elaborato dal più blasonato Emilio De Fabris, suo superiore come docente di Architettura presso l'Accademia fiorentina, il quale pur mancando di una vera e propria esperienza costruttiva, si era fatto conoscere per essersi impegnato nel disegno della facciata neogotica del Duomo di Firenze.

Il disegno del De Fabris non modificava nella sostanza il progetto Maiorfi. Sostituendo tuttavia il più sobrio (ma forse anche più "onesto") portico a bugnato con un più grande pronao a colonne di ordine dorico sormontato da un timpano, riecheggiante la sacralità del tempio classico, incontrava meglio le aspettative della committenza. Questa, costituita dal Granduca, dalla Camera di Commercio e dalla Banca Nazionale Toscana, perseguiva infatti attraverso un'accentuata monumentalità l'obiettivo di realizzare un'opera che non fosse solo funzionale, ma anche fortemente rappresentativa, una sorta di "tempio dell'economia".

Il nuovo palazzo, col suo diverso assetto all'intorno, cambiò radicalmente il paesaggio urbano in una zona cruciale della città. Nella sky-line del lungarno, a ridosso di Ponte Vecchio, del Corridoio Vasariano, degli Uffizi e dello stesso Palazzo Vecchio, la sagoma pittoresca dell'antico Tiratoio lasciava il posto a un edificio molto ambizioso nelle intenzioni, ma discutibile e tutto sommato modesto nei risultati formali, che - infatti - non suscitò grande interesse neppure all'epoca della sua costruzione.

Il palazzo non riusciva ad inserirsi dialetticamente nel contesto architettonico pur variegato e vivace che lo circondava. Esso, al contrario, appariva come un corpo estraneo, quasi "periferico"; e tale fu perfino considerato da molti operatori che negli anni successivi chiesero più volte il trasferimento della Borsa di Commercio (l'attuale Borsa Valori, gestita dalla Camera) in un luogo "più centrale".

L'evoluzione complessiva della città e il trascorrere del tempo che, come è stato acutamente osservato, "amalgama sottilmente" le architetture, ci inducono oggi a dare un giudizio un po' meno severo su quello che forse può essere definito un errore storico. Il palazzo della Camera di Commercio ha in qualche modo ritrovato i legami di una sintassi formale con le architetture e le ristrutturazioni urbane che hanno interessato la città nel periodo post-unitario, particolarmente negli anni di Firenze capitale e, successivamente, nelle pur discutibili operazioni di "decoro borghese" dalle quali venne comunque fuori una nuova immagine della città. In questa nuova immagine, che è poi ancora quella odierna, il palazzo della Camera di Commercio si colloca in modo più coerente e riacquista la sua importanza, non solo urbanistica e funzionale, ma anche di impatto paesaggistico.

Per inciso, va sottolineato che l'edificio aveva in origine un "colore" diverso dall'attuale. Le sue pareti esterne, infatti, si presentavano con una superficie in pietra la quale conferiva al palazzo un aspetto complessivo che oggi, con brutto neologismo, si direbbe "texturizzato". A contrasto - sempre in pietra, ma di colore più chiaro - si staccava il colonnato centrale del fronte sul lungarno e si sottolineavano alcuni elementi di finitura, come gli angoli dell'edificio e il cordolo all'altezza del sottotetto che inquadravano ogni facciata in una sorta di cornice.

Le trasformazioni successive

Esternamente l'edificio rimase immutato per circa settanta anni, fino al 1931, anno in cui - non senza essere preceduto da un'ennesima serie di ipotesi e proposte circa il trasferimento della Camera in luogo più centrale - fu deciso un intervento in attuazione del quale venne rialzato l'intero sottotetto ricavando il secondo piano e portando il palazzo alla sua volumetria attuale.

Va ricordata tuttavia una precedente ristrutturazione interna che aveva interessato soprattutto il lato occidentale, effettuata dall'architetto Ugo Giusti tra il 1914 e il 1915. L'intervento del Giusti (contemporaneamente impegnato nella realizzazione delle Terme Berzieri di Salsomaggiore, che lo renderanno famoso) è stato molto limitato, risolvendosi quasi soltanto nel riordino degli ambienti. Tuttavia merita di essere menzionato il fatto che venne ricavato un atrio - prima inesistente - sull'ingresso da Piazza dei Giudici, valorizzato dalle decorazioni a tempera murale di Galileo Chini. È interessante sapere che tale decorazione, in stile neo-rinascimentale, è ancora esistente sul soffitto dell'atrio, anche se attualmente nascosta dietro i successivi arredi in legno.

Fra il 1931 e il 1933 si realizzò un più incisivo intervento sull'edificio, curato dall'architetto senese Ezio Cerpi. Come già accennato, fu realizzato il secondo piano, concepito per ospitare altre Istituzioni economiche fiorentine, proseguendo in questo il tradizionale uso promiscuo che il palazzo ebbe fin dalle sue origini. A parte l'incremento volumetrico, questa sopraelevazione produsse anche il rifacimento delle finiture sulle facciate, unificate da una omogenea stesura di comune intonaco.

Ma interventi architettonicamente significativi si effettuarono anche all'interno, con la realizzazione nella parte centrale del piano terreno - in corrispondenza del colonnato - di un salone per l'Anagrafe e soprattutto con la realizzazione di un più ampio salone sul lato di Piazza Mentana, destinato alla Borsa Valori.

Il salone, a doppio volume con affacci interni dal primo piano lungo tre lati e coperto da un ampio lucernario, riflette sia per i materiali che per la ricerca di monumentalità lo stile dell'epoca, quella sorta di gusto neoclassico in chiave con l'ideologia dell'Impero che ha caratterizzato tanti manufatti architettonici di quel periodo. Tuttavia, la funzionalità degli spazi in relazione alla destinazione d'uso, la sobrietà delle linee e la misura nell'introduzione di elementi puramente decorativi, che in qualche modo denunciano anche l'influenza della nuova architettura razionalista, ne fanno un organismo armonico e dotato di una propria identità, un manufatto di pregio forse non altissimo, ma comunque di grande interesse e meritevole di essere salvaguardato.

Con questi interventi il Palazzo della Borsa acquisì una configurazione che, salvo le opere di manutenzione e modifiche di lieve entità, rimase a lungo immutata. Modifiche di un certo rilievo all'interno furono poi realizzate con il contributo di due architetti fiorentini di grande prestigio: Italo Gamberini (per il rinnovo, nei primi anni '50, dell'atrio di ingresso su Piazza dei Giudici) e soprattutto Pier Luigi Spadolini, con il nuovo allestimento, all'inizio degli anni '70, del salone dell'Anagrafe al piano terreno e la creazione, sopra a questo, di un ampio ed elegante auditorium.

L'evoluzione delle esigenze, sia in senso quantitativo che in senso qualitativo, ha richiesto negli scorsi decenni ripetuti interventi di riadattamento degli spazi interni e della loro destinazione, quasi sempre risolti tuttavia con elementi di arredo, comunque non fissi, o con interventi estremamente limitati. Il cambiamento maggiormente visibile in questo senso riguarda il salone della Borsa Valori. La nuova legislazione in materia e l'introduzione della Borsa Telematica hanno di fatto portato alla dismissione del salone come sede di contrattazione. L'ambiente, che pure in qualche rara occasione è stato efficacemente impiegato anche come luogo di svolgimento di manifestazioni istituzionali, è stato poi adibito (dalla fine degli anni Novanta ai primi anni 2000) ad accogliere gli sportelli del Registro Imprese.

Attualmente, tutti e tre i saloni del Palazzo sono in stato di dismissione, come pure gran parte degli spazi destinati ad uffici. In vista della imminente ristrutturazione, molte attività sono state spostate nel vicino edificio della Loggia del Grano. Restano, al momento, nel Palazzo della Borsa gli ambienti destinati alle attività direzionali (Presidenza, Segreteria Generale, Sala della Giunta, Segreterie di Giunta e di Consiglio), i servizi "interni" e una parte degli altri uffici, particolarmente quelli che non determinano un elevato afflusso di pubblico.

 
Il Palazzo della Borsa Merci
 

Il luogo

L'edificio della Borsa Merci, con la sua apparenza un po' ruvida e priva di elementi monumentali, inserito com'è in un contesto di "troppo pieno" all'inizio di via Por S.Maria, rischia quasi di passare inosservato.

Via Por S.Maria è, come fu sempre in passato, parte di un tessuto urbano denso e affollato e quasi non ci si accorge che il Palazzo è sulla Piazza del Mercato Nuovo, accanto alla bella Loggia cinquecentesca. Quasi non ci si accorge che è dirimpettaio di Palazzo Vecchio su un lato e del Palagio di Parte Guelfa su quello opposto; non si sa che dai suoi affacci ai piani superiori "si toccano" da una parte il Ponte Vecchio e dall'altra Orsammichele. Meno ancora, ovviamente, si "vede" che al di sotto della sua superficie vi sono le vestigia delle Terme Romane e i resti della Porta di S.Maria che ha dato il nome alla strada.

Fin dall'epoca romana da qui passavano gran parte dei traffici, in entrata e uscita, tra Florentia e i territori posti a sud dell'Arno. Si può ricordare poi che l'attigua via Calimala era la strada dei "Mercatanti", potente corporazione medievale; sempre qui si affaccia la già ricordata Loggia del Mercato Nuovo, conosciuta per accogliere il variopinto mercato del "Porcellino". Pochi metri più avanti si trovano la sede dell'Arte della Lana (altra importantissima corporazione) e lo splendido Orsammichele, oggi luogo di culto e museo, ma sorto come deposito di grano e divenuto massimo simbolo storico dell'anima mercantile fiorentina. E infine, per tornare al nostro edificio, esso si trova proprio nell'area nella quale ebbe il suo massimo sviluppo l'Arte della Seta.

Stiamo parlando quindi di un luogo davvero emblematico dell'economia fiorentina, anzi di quella che in epoca medievale era stata la parte "ricca" dell'economia. Ma quando e come è stato edificato il palazzo della Borsa Merci? Cosa c'era su quell'area prima della sua costruzione?

Le risposte a queste domande sono racchiuse in una storia molto più recente e drammatica. Occorre infatti ricondursi all'epilogo della Seconda Guerra Mondiale. L'esercito tedesco in ritirata verso nord, nel tentativo di ostacolare l'avanzata nemica decide di tagliare le comunicazioni tra le due rive dell'Arno. Nella notte fra il 3 ed il 4 agosto 1944 le mine tedesche fanno saltare tutti i ponti di Firenze, compreso il Ponte di S.Trinita, opera di Michelangelo e dell'Ammannati. Viene risparmiato soltanto il Ponte Vecchio, ma a prezzo di una desolante distruzione al suo intorno che doveva servire ad impedirne l'attraversamento.

Furono 123 gli edifici distrutti tra cui, oltre a centinaia di abitazioni, botteghe e laboratori artigiani, anche una decina di torri medievali e una ventina di palazzi di grande valore storico e architettonico. Le aree distrutte riguardarono soprattutto via dei Bardi, Via Guicciardini e Borgo S.Jacopo sulla riva sinistra, via Por S.Maria e il Lungarno Acciaiuoli su quella destra; e la ferita fu talmente profonda da far pensare a molti che forse sarebbe stato meglio sacrificare il Ponte Vecchio.

La ricostruzione del centro di Firenze

Liberata la città dai Tedeschi, il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale nominò una "Commissione per la rimozione delle macerie" che, lavorando in collaborazione con l'"Ufficio d'Arte" del Comando alleato e con le Istituzioni locali, doveva operare affinché venissero recuperati tutti gli elementi di pregio artistico e tutte le parti utili ai fini di una successiva ricostruzione. Nonostante la buona volontà di alcuni ufficiali alleati e di alcuni funzionari degli enti cittadini, la Commissione trovò tuttavia molte difficoltà su entrambi i versanti, che si andavano ad aggiungere alle immaginabili difficoltà di una città che stava appena uscendo dalla guerra.

Ad ogni modo la Commissione, composta da alcuni tra i migliori intellettuali in campo storico-architettonico presenti a Firenze, svolse un meritorio ed encomiabile lavoro, organizzando e controllando il recupero di materiali, effettuando sopralluoghi, predisponendo e raccogliendo documentazione, attraverso una costante azione di stimolo nei confronti di chi concretamente poteva mettere in campo risorse utili. Dopo questa prima fase, l'attività della Commissione (che nel frattempo assunse il nome di "Commissione artistica per Firenze distrutta") si concentrò soprattutto nella discussione per l'individuazione di una valida strategia per la ricostruzione.

Gli elementi qualificanti di questa attività furono l'accento posto sul fatto che la ricostruzione del centro di Firenze doveva essere l'occasione per ripensare a un assetto complessivo della città sotto il profilo urbanistico e, come naturale conseguenza, la continua ricerca di un rapporto di collaborazione e scambio di informazioni con gli Uffici competenti in materia di Piano Regolatore.

Il dibattito intanto cresceva anche nell'opinione pubblica e tendeva a polarizzarsi su due posizioni efficacemente rappresentate, all'inizio del 1945, sui primi due numeri della rivista fiorentina "Il Ponte" dal critico americano Bernhard Berenson e dall'Italiano Ranuccio Bianchi Bandinelli. Il primo era un sostenitore della ricostruzione in base al criterio "com'era, dov'era", cioè della riproduzione il più possibile fedele all'originale degli edifici distrutti. Il secondo denunciava tale impostazione come "retorica del falso antico" e, ammettendo la possibilità di interventi innovativi, rivendicava il diritto degli Italiani di non essere semplicemente "i custodi di un museo" e di abitare città vive, belle o brutte che fossero, ma sincere.

Un analogo confronto di posizioni culturali si espresse anche nell'ambito della Commissione artistica. In ogni modo, mentre l'idea sentimentale della riproduzione "com'era" faceva presa sull'opinione pubblica comune, la maggior parte degli addetti ai lavori si rendeva conto che non era possibile riannodare i fili spezzati di una stratificazione formale e culturale di secoli con un'operazione puramente di superficie. L'opinione degli intellettuali più attenti era che occorreva certamente assumere come base dell'intervento il "carattere" storicamente determinato di quel pezzo di città così duramente colpito, ma che occorreva altresì interpretarne le esigenze ed esprimerne lo spirito in forme aggiornate e attuali.

In questo clima di dibattito appassionato e a tratti anche acceso, maturò la decisione di bandire un concorso per il progetto di ricostruzione, al quale parteciparono molti dei migliori rappresentanti della cultura urbanistico-architettonica fiorentina e non. La storia di questo concorso è troppo lunga e complessa per essere affrontata in questa sede. Sinteticamente si può dire che, nel chiedere ai concorrenti un elaborato che garantisse "il maggior rispetto per il carattere della zona e quello generale della città", il bando di concorso lasciava tuttavia ai progettisti la massima libertà di espressione; ciò, se da una parte lasciava più spazio alle idee anche innovative, dall'altra ha reso più difficile il lavoro dei concorrenti, i quali, in assenza di scelte urbanistiche generali definite, si trovavano senza punti di riferimento certi. I loro elaborati erano dunque affidati solo alla loro sensibilità culturale e formale e si calavano all'interno di un contesto frutto di semplici ipotesi da essi stessi formulate sul terreno urbanistico.

I risultati del concorso riflettono in effetti questa incertezza e, salvo qualche eccezione, accusano anche una certa "timidezza", una sorta di timore ad intervenire su un oggetto così speciale come il centro storico di Firenze. La Commissione giudicatrice, sui 22 presentati, scelse tre progetti come primi classificati e due progetti come secondi classificati, ex-aequo. Invitò poi gli autori di questi primi cinque progetti a riformulare collettivamente il Piano definitivo di ricostruzione. Il progetto fu elaborato e consegnato al Comune nei primi mesi del 1948.

Scrisse successivamente Edoardo Detti, che aveva partecipato alla stesura del Piano: "Sui perni esistenti ai margini e all'interno della zona distrutta...si previdero alcuni proporzionati allargamenti stradali... Le connessioni con le parti restanti furono in genere risolte con piccole piazze che potessero servire da stacco fra il vecchio e il nuovo tessuto. Il carattere chiuso e lacustre sul fiume venne mantenuto con la previsione di volumi edilizi a sbalzo sull'Arno dalla parte di via dei Bardi e di Borgo S.Jacopo. La traduzione urbanistica del carattere commerciale e artigianale...venne organizzata in Por S.Maria, con portici e gallerie commerciali al primo piano, e con altri passaggi pedonali porticati lungo l'Arno sul retro degli edifici di via dei Bardi e Borgo S.Jacopo".

I progettisti raccomandavano alle Autorità comunali un'azione volta ad assicurare la realizzazione controllata ed unitaria del Piano, la qual cosa comportava, a causa della elevata parcellizzazione della proprietà immobiliare, l'espropriazione generalizzata di tutta l'area, il riaccorpamento delle particelle catastali e la successiva reimmissione sul mercato, possibilmente dopo gli interventi di esecuzione architettonica. Ma il Comune, vuoi per mancanza di mezzi finanziari, vuoi per l'idea che un modo di procedere più affidato alla partecipazione dei proprietari e artigiani interessati fosse comunque preferibile ad un intervento che altrimenti rischiava di risultare accademico e astratto, non ritenne di accogliere quella raccomandazione.

La conseguenza fu che nella fase di attuazione il Piano (peraltro approvato parzialmente, solo per la riva destra dell'Arno) perse il proprio carattere unitario e risultò snaturato. Gli interventi edificatori, sfuggendo ad un disegno coordinato, si svolsero in modo episodico e sostanzialmente "spontaneo", cioè mossi essenzialmente dalla spinta all'investimento immobiliare, rispetto alla quale le Autorità pubbliche si limitarono ad alcuni controlli di carattere molto generale. È così che le soluzioni architettoniche adottate, obbedendo ai principi della massima redditività (massimo volume, massima altezza, ecc.), hanno finito con l'ignorare non solo le forme espressive proposte nel Piano di ricostruzione, ma soprattutto molti dei loro significati funzionali. Passaggi pedonali porticati e sopraelevati, destinazioni d'uso con negozi e botteghe artigiane ai primi piani, spazi articolati di raccordo tra il vecchio e il nuovo, sono stati nei fatti totalmente ignorati o ridotti a qualche pallido simulacro.

Certo, l'occasione per reinterpretare in forme nuove lo spirito della città storica è stata quindi lasciata cadere. Tuttavia, se si guarda ai risultati con occhio distaccato, la modesta qualità architettonica della parte ricostruita, nello scenario "forte" del centro storico di Firenze, può essere vista alla stregua di un affresco ove le parti mancanti sono "riprese" in modo riconoscibile, senza ingannare l'osservatore con ricostruzioni posticce né soverchiare l'originale con "effetti speciali". Si poteva indubbiamente fare meglio, ma forse più facilmente si poteva anche fare peggio.

La nuova Borsa Merci

La costruzione della Borsa Merci, progettata da Rossi e Tonelli (che al Concorso si erano classificati fra i primi tre ex-aequo e che avevano preso parte alla stesura del Piano definitivo), si realizzò fra il 1949 ed il 1953 accompagnata da accese polemiche sulla scelta localizzativa effettuata. Alcuni ritenevano, forse non a torto, che quell'angolo di via Por S.Maria proprio accanto alla Loggia del Mercato Nuovo, esattamente sulla linea che attraverso via Vacchereccia idealmente congiunge l'arnolfiano Palazzo Vecchio con il Palagio di Parte Guelfa, opera del Brunelleschi, dovesse essere lasciato libero. L'area, che oltre tutto era di interesse archeologico, poteva diventare una piazza che consentiva di aprire la visuale fra i due importanti e stupendi edifici. Poteva diventare forse (aggiungiamo noi) anche una piazza-simbolo a memoria di quanto era accaduto.

Ad ogni modo, la Camera di Commercio, che aveva il problema di dare una sede adeguata alla Borsa Merci (ancora confinata in alcuni locali al n.14 di via Condotta), chiese ed ottenne le autorizzazioni necessarie per il nuovo edificio. Questo, che nelle intenzioni iniziali doveva essere destinato a funzioni miste - anche residenziali - ed avere una minore volumetria, fu invece poi portato al massimo dell'altezza e riservato interamente per la Borsa Merci ed altri uffici. Nel nuovo palazzo trovò posto anche un moderno laboratorio di analisi chimiche merceologiche, istituito e gestito sempre dalla Camera di Commercio, che metteva a disposizione degli operatori economici competenze professionali e strumenti specializzati nel controllo di qualità dei prodotti.

Se dal punto di vista urbanistico si può, con gli occhi di poi, giudicare discutibile la localizzazione in quel punto di un ulteriore attrattore di traffico, non si può tuttavia negare che la presenza della Borsa Merci e degli altri uffici camerali aveva comunque sottratto quell'area alla speculazione privata e l'aveva in ogni caso guadagnata ad un uso pubblico. Un uso peraltro che, riguardando l'economia da vicino, e in forma "alta" (non la semplice bottega, quindi, ma un luogo di incontro, di conoscenza, di attività direzionali), interpretava forse nel modo più vivo la grande tradizione storica del sito.

Anche la soluzione architettonica, in definitiva, non toglieva niente al passato. La visuale diretta fra Palazzo Vecchio ed il Palagio di Parte Guelfa non c'era mai stata, né si era mai posto prima il problema di realizzarla. L'estetica dell'edificio in sé e per sé può non apparire "entusiasmante", ma si tenga conto che si tratta di un edificio moderno che cerca di inserirsi con discrezione in un ambiente antico, come denuncia anche il materiale utilizzato - la pietra a filaretto - a paramento delle facciate. E tutto sommato ci riesce, acquistando una sua misurata dignità che lo distingue nel panorama complessivo della ricostruzione. Di indubbio interesse sono gli spazi interni con i due grandi saloni, al piano terra e nel piano interrato, dalle linee pulite ed essenziali con eleganti soluzioni per i doppi volumi a sbalzo e gli affacci interni, finemente rifiniti in marmo e decorati con grandi pannelli policromi raffiguranti i molti personaggi e mestieri dell'economia.

L'edificio è sostanzialmente rimasto nella sua configurazione originaria fino ai primi anni Novanta, quando venne deciso un'intervento di ristrutturazione interna che ha riguardato principalmente i piani più bassi. L'evoluzione naturale del mercato e delle modalità di contrattazione fra aziende, sempre più influenzate dagli strumenti informatici, avevano reso non più necessario un grande salone per lo svolgimento delle contrattazioni. La Camera di Commercio decise quindi di portare le funzioni della Borsa Merci in locali più piccoli, recuperando i grandi spazi a disposizione per la sua Azienda Speciale "Promofirenze", allora ubicata in un'edificio di via Orcagna piuttosto decentrato rispetto alla sede camerale. Venne anche deciso di spostare in via Orcagna il Laboratorio Chimico Merceologico, i cui locali furono successivamente occupati dall'altra Azienda Speciale "Firenze Tecnologia".

Con l'arrivo di Promofirenze, nell'aprile 1999, anche i due grandi saloni hanno mutato destinazione, in rapporto alle diverse attività che vi erano previste. In particolare, il salone nel sottosuolo è stato trasformato in un grande auditorium capace di 130 posti a sedere e dotato di strutture di servizio per lo svolgimento di convegni, incontri di lavoro, seminari; il salone di ingresso al piano terreno, invece, è stato trasformato in show-room, a disposizione gratuitamente per i produttori di tutta la Toscana che volessero rendere più visibili i propri prodotti sulla "vetrina Firenze".

 
Testo curato da Pasquale Ielo
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Contenuto aggiornato al:Giovedì, 11 Giugno, 2020 - 13:19